Con oltre 40mila nuove diagnosi ogni anno, è la forma di cancro più frequente tra gli uomini dopo i 50 anni, e nel corso della propria vita un individuo su 8 dovrà fare i conti con la malattia: questa, in estrema sintesi, è la situazione relativa all’insorgenza del tumore alla prostata in Italia.
Secondo i dati dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM), in Italia si stimano circa 31.200–40.000 nuovi casi, con un tasso di incidenza di 92,3 casi ogni 100.000 uomini.
La maggior parte delle diagnosi riguarda uomini di età superiore ai 65 anni, ma ci sono buone notizie relativamente al tasso di sopravvivenza: a 5 danni dalla valutazione diagnostica, tra il 91 e il 92% dei pazienti supera la malattia, questo grazie alla prevenzione e ai controlli frequenti, che vengono effettuati anche in assenza di sintomi.
Una diagnosi tempestiva può fare la differenza. Anzi, è L’UNICA COSA che può fare la differenza.
La guarigione è una possibilità concreta, soprattutto quando il tumore viene individuato in fase precoce ed è ancora confinato alla prostata.
Ma dopo le cure, il rischio di recidiva non può essere escluso completamente. Per questo, anche quando il trattamento ha avuto successo, i controlli periodici restano una parte fondamentale del percorso.
Lo abbiamo ripetuto mille volte, ma lo ribadiremo ancora: il PSA è uno degli strumenti più efficaci per aiutare lo specialista urologo ad individuare un problema alla prostata.
Un valore elevato, però, (anche questo lo abbiamo ripetuto in diverse occasioni) non significa necessariamente che sia presente un tumore: il risultato deve essere valutato dallo specialista, insieme all’età, alla storia clinica e agli eventuali fattori di rischio.
Se occorre approfondire, l’urologo può consigliare altri esami, come la risonanza magnetica e la biopsia, per chiarire la situazione e definire il percorso più adatto.
Anche la scelta del trattamento dipende dal singolo caso. La chirurgia è una delle opzioni più efficaci, senza dubbio.
Attualmente, la robotica rappresenta la tecnica più utilizzata per il trattamento chirurgico del tumore della prostata, grazie alla precisione degli strumenti e alla possibilità di operare con una visione dettagliata delle strutture anatomiche.
Quando il tumore è confinato alla prostata, questo approccio permette di preservare i fasci nervosi coinvolti nel meccanismo dell’erezione, senza compromettere l’obiettivo prioritario di rimuovere il tumore.
La conservazione di queste strutture può favorire il progressivo recupero delle erezioni spontanee e la ripresa dei rapporti sessuali.
Novembre è il mese dedicato alla sensibilizzazione sulla salute maschile, ma prendersi cura della prostata è importante tutto l’anno. Il primo passo è parlarne con il medico, per valutare se e quando iniziare i controlli e con quale frequenza effettuarli.
Non esiste un’età giusta per tutti: la familiarità e altri fattori di rischio possono rendere opportuna una valutazione anticipata.
Nelle fasi iniziali, infatti, il tumore alla prostata può non dare sintomi. Aspettare di avvertire un disturbo di qualche genere, dunque, non è la strategia migliore.
Un getto urinario debole, un dolore pelvico persistente o difficoltà nella sfera sessuale sono comunque cambiamenti da non trascurare.
Quando il tumore viene individuato precocemente, le possibilità di trattamento con intento curativo sono generalmente maggiori.
Se la malattia si è estesa oltre la prostata, raggiungendo i tessuti vicini o altre parti del corpo, il percorso terapeutico può diventare più complesso.
Anche in queste situazioni, però, esistono cure che possono controllare la malattia, alleviare i sintomi e migliorare la qualità di vita.
Confrontarsi con il medico, valutare i controlli più adatti e non ignorare i disturbi persistenti, dunque, è fondamentale: una diagnosi tempestiva può fare la differenza nelle possibilità di cura.



