Come si capisce se si ha la prostatite? E’ molto semplice. Basta ascoltare il proprio corpo e capire se “c’è qualcosa che non va”. I sintomi della prostatite, infatti, sono estremamente facili da individuare, anche perché parliamo di un’infezione che risulta oltremodo frequente negli uomini di età inferiore ai 50 anni.
Naturalmente, i sintomi variano in base alla gravità della condizione perché, come vedremo in seguito, non esiste un’unica variante di questa particolare patologia.
Detto questo, i cambiamenti a cui si deve prestare attenzione, e che possono essere legati all’insorgenza dell’infezione, sono:
Nei casi in cui l’infezione si presenta in una forma particolarmente acuta, il paziente potrebbe manifestare anche sintomi quali febbre alta, sangue nelle urine e una ritenzione ancora più intensa.
Nonostante questo, però, la buona notizia è che la prostatite risulta una patologia la cui prognosi si risolve positivamente, e prevede un recupero senza conseguenze nella maggior parte del casi.
Per avere una diagnosi e una cura mirata, però, l’unica opzione è sempre quella di rivolgersi ad uno specialista urologo, anche in considerazione del fatto che esistono vari tipi di prostatite.
Ecco quali sono:
Naturalmente, anche quando si parla di un’infezione come la prostatite, è molto importante non lasciar passare del tempo dall’insorgenza dei primi fastidi alla visita urologica.
È cruciale intervenire tempestivamente e in modo risolutivo sui sintomi iniziali per evitare il rischio di prostatite cronica, una condizione i cui i disturbi persistono per oltre 4 mesi, compromettendo significativamente la qualità della vita.
La diagnosi della prostatie è inizialmente clinica, e si basa su un accurato esame obiettivo, una completa anamnesi (abitudini alimentari, sessuali, idratazione giornaliera, consumo di bevande alcoliche) e l’esplorazione rettale.
A completamento diagnostico possono essere effettuati esami strumentali (come l’uroflussimetria con residuo post minzionale e l’ecografia dell’apparato urinario), o anche esami di laboratorio.
Tra cui:
La terapia per questa patologia, ovviamente, varia in base alla natura dell’infezione.
In presenza di infezione batterica, si intraprende una terapia antibiotica mirata (in base all’antibiogramma) da protrarre per 3-4 settimane in caso di evento acuto, o 6-8 settimane in caso di evento cronico.
In concomitanza con l’antibiotico, è sempre consigliabile la somministrazione di un antinfiammatorio per un periodo compreso tra 10 e 14 giorni, al fine di ridurre l’infiammazione e alleviare i disturbi del paziente.
Un ulteriore passo verso il conte la guarigione dei pazienti da questa particolare malattia è stato compiuto dai ricercatori della Julius-Maximilians-Universität di Würzburg.
Gli scienziati, infatti, hanno scoperto il meccanismo che porta il batterio escherichia coli ad insinuarsi all’interno delle cellule della prostata e superare la barriera degli antibiotici rendendo inefficace il sistema immunitario.
In questo modo sono riusciti a comprendere come bloccare il “cammino” del batterio.
Utilizzando il D-Mannosio, (una semplice molecola dello zucchero, già impiegata per trattare infezioni delle vie urinarie come la cistite) i ricercatori hanno trovato il modo di impedire la proliferazione dell’infezione da prostatite batterica.
E lo hanno fatto grazie ad una ghiandola prostatica ricreata in laboratorio, in modo da poter osservare per la prima volta il percorso che porta all’infezione.
E’ stato quindi dimostrato che la proliferazione dell’escherichia coli all’interno delle cellule prostatiche non è un processo casuale, e che il batterio si concentra su alcune cellule specifiche dette “luminali“, che rivestono i dotti ghiandolari e sono le prime a entrare in contatto quando i batteri raggiungono la prostata.



