Quali sono gli esami per il tumore alla prostata? Oggi parliamo della la risonanza magnetica multiparametrica, una procedura che non ha un vero e proprio valore diagnostico (e non può essere effettuata prima di altri controlli), ma che resta comunque estremamente importante per arrivare ad un responso chiaro e univoco:
La risonanza magnetica multiparametrica è fondamentale per verificare eventuali anomalie della ghiandola prostatica e, all’occorrenza, svolgere ulteriori approfondimenti, ed è parte integrante del percorso diagnostico che il paziente affronta nel momento in cui lo specialista urologo di trova di fronte ad un’alterazione del dato del PSA.
La risonanza magnetica multiparametrica è in grado di definire l’anatomia della ghiandola prostatica e dei tessuti circostanti ma, soprattutto, serve per identificare lesioni neoplastiche anche di pochi millimetri.
Questo esame è utile nello studio di pazienti con PSA alterato per determinare quali casi necessitano di biopsia, evitando procedure invasive non necessarie.
Può inoltre essere impiegata nella rivalutazione di pazienti con un valore anomalo e biopsie precedenti negative, per identificare eventuali recidive in caso di aumento dell’antigene prostatico specifico dopo un trattamento chirurgico o farmacologico.
Perché il PSA, ed è sempre opportuno ricordarlo, rappresenta il primo indicatore, e anche il più attendibile, quando si parla di salute della prostata. Ed è un tipo di controllo che deve essere effettuato con costanza, al fine di prevenire eventuali diagnosi infauste e affrontare nel modo migliore la presenza di una eventuale neoplasia legata alla ghiandola prostatica.
Parliamo comunque di un semplice prelievo di sangue, che può essere richiesto tranquillamente nel momento in cui si effettua un controllo periodico generico.
E non bisogna attendere l’insorgenza di sintomi per farlo, perché la prevenzione è sempre la prima arma di difesa quando si parla di salute, e questo vale anche per tutte le patologie dell’apparato generale maschile.
La visita urologica e il PSA, quindi, sono fondamentali nella fase iniziale della diagnosi.
Solitamente si consiglia di effettuarla intorno ai 50 anni, età in cui possono manifestarsi i primi disturbi dovuti all’ingrossamento della ghiandola.
Tuttavia, nel caso in cui in famiglia ci siano stati degli episodi di malattie prostatiche, il controllo urologico andrebbe anticipato a 40 anni.
La prima visita dall’urologo può creare sempre una certa preoccupazione nei pazienti, ma non deve esserci alcun tipo di patema.
Si parla di un controllo che deve essere parte integrante della routine di prevenzione di tutti, volto a scoprire patologie che, se non trattate, possono provocare notevoli disagi.
Poi ci sono gli esami strumentali, il cui scopo è quello di fornire più informazioni possibili allo specialista e quindi definire un percorso diagnostico su misura per il paziente.
Nello specifico, naturalmente, ci si riferisce alla risonanza magnetica multiparametrica e alla biopsia prostatica fusion.
La biopsia rappresenta la conferma definitiva di una eventuale patologia, ed è un esame che va ad integrarsi con la risonanza multiparametrica, consentendo una chiara visualizzazione dell’area sospetta, in modo da riuscire ad effettuare prelievi mirati e una mappatura precisa.
La biopsia fusion, tramite la sovrapposizione in tempo reale di immagini ecografiche e risonanza multiparametrica, permette una chiara visualizzazione dell’area sospetta, consentendo prelievi mirati e una mappatura precisa.
Le aree sospette vengono quindi create e messe in evidenza in 3D dopo aver elaborato le immagini della risonanza.



